DE CHIRICO A FERRARA. METAFISICA E AVANGUARDIE

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Dopo un periodo di due mesi tra studio e lavoro piuttosto impegnativo sono tornata alla mia normalità e appena mi è stato possibile mi sono concessa una giornata a Ferrara.

A cento anni dall’arrivo di Giorgio De Chirico a Ferrara è stata allestita presso gli ambienti di Palazzo dei Diamanti una mostra nella quale sono esposte le opere realizzate dal pittore nel periodo di permanenza in città; questo periodo coincide infatti con i momento in cui la “Scuola Metafisica” uscì allo scoperto.

Un percorso coinvolgente che abbraccia uno dei periodi più ricchi e più significativi per il pittore.

L’arrivo a Ferrara di De Chirico non rappresenta una svolta ma piuttosto una conferma delle ricerche che aveva iniziato negli anni precedenti.
A Ferrara non solo le suggestive architetture e le vie prospettiche ideate da Rossetti gli offrono quotidianamente spunti su cui riflettere e lavorare, ma anche i piccoli oggetti che vede nelle vetrine delle botteghe delle vie del centro, suggeriscono nuove composizioni, diventano immagini immobili e silenziose che, inserite in uno spazio senza tempo, compongono i suoi Interni ferraresi.

La giustapposizione di oggetti diversi e in modo talvolta assurdi sono state un modello per i pittori surrealisti. Le opere del pittore sono infatti affiancate a quelle di artisti surrealisti tra i quali Max Ernst, Salvador Dalì e in particolare Renè Magritte il quale si interessò alla possibili reazioni che oggetti diversi possono avere l’uno con l’altro e di come esse possano fornire una chiave di lettura del reale.

Buona parte del percorso, come la vicenda artistica di De Chirico negli anni ferraresi, si intreccia con le opere di Carlo Carrà, con il quale aveva dato vita alla stagione metafisico ferrarese. Confrontando i due pittori si nota come, seppur partendo da basi e presupposti diversi, i due pittori ricorrano a elementi lessicali comuni.

La mostra raggiunge il culmine della sua bellezza nell’ultima sezione.
Quando nelle ambienti onirici creati con ampie e prospettive, negli spazi senza tempo del
non-senso del reale non compaiono più piccole ed e sole figure umane ecco che De Chirico inserisce i manichini, persone private della loro natura antropomorfa, emblemi della solitudine e della malinconia metafisica.

Un percorso espositivo che ci invita a guardare la realtà con gli occhi del pittore attraverso i quali gli oggetti familiari sono privati della loro identità, i luoghi che siamo soliti vedere diventano strani non-luoghi. Così il castello estense non appartiene più a Ferrara, le persone che la abitano non sono più esseri umani e nemmeno statue o manichini, ma muse inquietanti.

Camilla

 

 

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